Vivere a Prato: Tempi di Vita e di Identità
VIVERE A GALCIANA, SAN PAOLO, CENTRO STORICO:
Uno sguardo d'insieme
I soggetti intervistati Radicamento nel quartiere Distribuzione ed uso dei
servizi Individualismo, partecipazione, fiducia, solidarietà Il quartiere
come spazio di relazioni Immagini del quartiere e socialità Rappresentazione/auto
rappresentazione Cittadini di Galciana, cittadini di Prato, cittadini del
mondo
NUOVI MODELLI DI VITA URBANA
Iniziative e proposte per la qualità della vita "Modelli
di buona società"
L'intera ricerca, nonostante sia stata articolata in due parti abbastanza
autonome fra loro, è tenuta insieme da un'unità di intenti e
obiettivi. Innanzitutto il bisogno di conoscere il punto di vista della popolazione
locale, più esattamente i punti di vista, e di tenerne conto per attuare
qualunque tipo di intervento sull'organizzazione della vita urbana. Tutto
ciò non prende spunto, ovviamente, da una malintesa concezione della
democrazia; amministrare infatti non significa di certo rispecchiare semplicemente
volontà, desideri, bisogni dei cittadini. È invece la consapevolezza
che qualunque principio di ordine generale (dal "bene comune" al
bisogno di sperimentare più libertà e democrazia nella vita
quotidiana) va ripensato e impostato diversamente di fronte al trasformarsi
delle figure sociali che si muovono sulla scena urbana e alla necessità
di saper coniugare, nell'amministrazione della città, diritti generali
e interessi specifici dei cittadini.
Basti pensare al fatto che uno dei principali problemi sperimentati da tutte
le amministrazioni, anche le più efficienti, è quello di trovare
modalità di informazione e di comunicazione davvero efficaci con i
cittadini. Uno dei principali ostacoli alla comunicazione deriva dal fatto
che spesso non è facile sapere chi sono i cittadini ai quali ci si
rivolge. C'è dunque la necessità di fare una sorta di monitoraggio
delle trasformazioni in corso nella cittadinanza.
Infatti se nella prima fase dello studio sulla qualità della vita a
Prato ci si era limitate a raccogliere valutazioni su orari e qualità
dei servizi, nella seconda si è cercato di risalire dai comportamenti
ai soggetti, al loro modo di porsi come individui (e individue) e soprattutto
come gruppi. La tematica è complessa e richiederebbe, per uno studio
esaustivo, metodologie e tempi di analisi di ben altra portata. È tuttavia
quella sopra indicata la direzione nella quale l'indagine si è mossa:
vedere come si è trasformato il rapporto fra cittadini e territorio,
se, in quale misura, come hanno ancora valore le culture locali, le aggregazioni
territoriali, che cosa segna l'appartenenza dei singoli ad un gruppo, a un'area,
a un territorio, quali ne sono le modalità, come si manifestano le
"persistenze identitarie e comunitarie". Uno degli scopi dello studio
qui presentato è di superare una concezione astratta del cittadino,
che invece non di rado è sottesa nei discorsi sul vivere urbano, per
comprendere quali sono oggi gli individui concreti (donne/uomini, giovani/anziani,
occupati/disoccupati...) che abitano la città.
Ma c'è anche un altro orientamento di fondo che muove questo bisogno
di conoscenza. Un orientamento che vuole sia leggere i cambiamenti sia continuare
a credere (in contrasto con alcune teoria radicali e catastrofiche sul "collasso
urbano") nella possibilità di governare la vita della città,
anche attraverso un insieme di misure solidali e un'opera di mediazione degli
interessi dei singoli. La crisi della città, nei modi in cui è
stata pensata, progettata, vissuta nei decenni passati, impone di sperimentare
nuovi nessi tra tempo e spazio, tra orari\organizzazione della vita e luoghi\aree
metropolitane. Sarà vero che le strutture dello spazio urbano non possono
più essere le piazze, le strade, i portici... oppure la questione può
essere piuttosto di come oggi si possano ri-abitare quei luoghi per farne
nuove occasioni di aggregazione e di socialità.
Per questo diviene importante comprendere le trasformazioni nel modo d'essere
cittadini, soprattutto in quelle realtà urbane in cui, per dimensioni,
tradizioni e culture politiche si può ipotizzare che ci si trovi di
fronte più che ad una distruzione, ad un tramonto di determinate forme,
mode, linguaggi, che tuttavia non scompaiono ma si trasformano. Una passaggio
che, se compreso, può forse essere governato con proposte adeguate.
Distribuzione ed uso dei servizi
Le domande 8, 9 e 10 ("Abitualmente, di quali servizi si serve nel centro
di Prato?", "Abitualmente, di quali servizi si serve nel suo quartiere?",
"Quali servizi mancano o non la soddisfano nel suo quartiere?")
del questionario fanno riferimento al problema dello scambio tra i vari quartieri
e il centro, dal punto di vista della fruizione dei servizi, alla definizione
del centro sulla base della del reale utilizzo di certi servizi.
Dall'analisi dei dati relativi alla domanda n. 8, emerge che i servizi del
centro di cui i Galcianesi e gli abitanti di S. Paolo si servono maggiormente,
sono soprattutto i supermercati e i negozi di abbigliamento. Per gli abitanti
di S. Paolo, inoltre, il centro riveste un'importanza particolare anche per
i servizi postali (61% degli intervistati), non essendo infatti disponibili
sul territorio del quartiere. Sia per Galciana che per S. Paolo, seguono con
percentuali un pò più basse, ma comunque significative, i servizi
del comune, sanitari e di ambulatorio e i servizi ricreativi e culturali come
le biblioteche, i cinema e teatri, i bar/caffè, librerie, negozi di
dischi e di video, le pizzerie e i ristoranti. Il centro costituisce dunque,
per i quartieri periferici esaminati, un riferimento fondamentale per la fruizione
di una serie di servizi ricreativi/culturali e commerciali. I cittadini che
abitano nel centro storico utilizzano alcuni servizi, come gli uffici del
Comune, i servizi postali, i negozi di abbigliamento e i supermercati, con
modalità tendenzialmente simili a quelle messe in evidenza per i cittadini
di Galciana e di S. Paolo, mentre usufruiscono di più, dei bar/caffè,
servizi di estetica, servizi per gli anziani, servizi di lavanderia e delle
biblioteche e, in percentuale più bassa, di impianti sportivi, discoteche,
sale da ballo, pub e birrerie. Per capire se il decentramento, al di là
di quanto si evince sul piano formale, ha dato luogo a "centralità"
di fruizione per gli abitanti delle zone in cui tale decentramento si è
realizzato, è stata prevista una domanda, la domanda 9, che intende
verificare la capacità di attrazione di alcuni servizi presenti sul
territorio di Galciana e di S. Paolo. Questa verifica si colloca nell'ambito
del dibattito intorno alle città e alla razionalità del decentramento
di una serie di servizi per ragioni di traffico, di un loro decongestionamento,
oltre che per la vivibilità stessa dei quartieri, perchè quanto
meno assomiglino a "quartieri dormitorio". Il confronto tra la domanda
8 e la domanda 9 mette in evidenza come:
- i quartieri di Galciana e di S. Paolo siano un buon riferimento per i loro
abitanti rispetto agli uffici del comune (frequentati dall'81,5% dai cittadini
di Galciana e dal 77,6% da quelli di S. Paolo), i negozi e supermercati alimentari,
i bar caffè, i servizi per gli anziani. Per quest'ultimi si assiste
ad un uso considerevole anche del centro. I Galcianesi utilizzano abbondantemente
degli uffici postali del loro quartiere, mentre gli abitanti di S. Paolo,
che non hanno la posta decentrata, usufruiscono in modo considerevole di quella
del centro storico;
- il centro storico mantenga un ruolo di riferimento primario per: i negozi
di abbigliamento, anche se non detiente una posizione di monopolio; difatti
anche i quartieri, soprattutto S. Paolo, danno una risposta parziale;
cinema e i teatri, librerie, negozi di dischi e di video, birrerie, pub, discoteche,
sale da ballo, biblioteche (soprattutto agli abitanti di S. Paolo che non
posseggono una biblioteca), per i corsi vari (pittura, lingue e ecc.).
In parte, lo è anche per:
- le pizzerie/ristoranti (soprattutto per i cittadini di S. Paolo, mentre
quelli di Galciana utilizzano in percentuale uguale i ristoranti e le pizzerie
di Galciana e quelle del centro storico);
- i servizi sanitari di ambulatorio (i cittadini di S. Paolo li utilizzano
in pari percentuale nel centro storico e nel quartiere, mentre i Galcianesi
usufruiscono maggiormente di quelli del centro storico: 44,4% contro il 25,4%).
- gli impianti sportivi (intesi probabilmente per lo più come palestre).
Emerge dunque che, complessivamente, per gli abitanti di Galciana e S. Paolo
il quartiere non costituisce un riferimento forte per le attività ricreative
e culturali, ma che Galciana riesce parzialmente a giocare anche questo ruolo:
ha infatti una biblioteca che viene utilizzata dal 19% degli intervistati
e ristoranti e pizzerie frequentati da una percentuale consistente di cittadini
del quartiere.
Oltre che richiedere informazioni sull'utilizzo dei diversi servizi dal punto
di vista territoriale, è sembrato interessante capire, a questo punto,
quali carenze e insufficienze i cittadini dei tre quartieri intravedessero.
Le risposte naturalmente riflettono le differenze dei diversi territori sul
piano del decentramento dei servizi. I cittadini di Galciana hanno messo in
rilievo soprattutto la carenza e l'insoddisfazione per i supermercati; quelli
di S. Paolo i servizi postali che, come già accennato, non posseggono;
il Centro storico sembra avere come problema principale i parchi e i giardini.
I dati sugli altri servizi appaiono molto più frazionati: si segnala
una percentuale intorno al 30% di cittadini di Galciana che avvertono come
esigenza quella di disporre di spazi per spettacoli cinematografici e attività
teatrali; percentuali non trascurabili riguardano anche i servizi sanitati
e di ambulatorio, gli impianti sportivi, i parchi e i giardini e i negozi
di abbigliamento. Interessante è il dato sull'insoddisfazione per le
biblioteche a S. Paolo, dove effettivamente non esiste una biblioteca pubblica,
ad esclusione di quella presso il centro anziani, che non può dirsi
una biblioteca ed è forse più simile ad un "punto prestito"
Diversa è la situazione a Galciana, dove è presente una piccola
biblioteca, frequentata soprattutto da studenti delle scuole medie e un punto
prestito attivato presso il centro sociale per anziani. Per il centro il problema
strutturale naturalmente non esiste, essendo presente la Lazzeriniana che
è dotata di molteplici sale di lettura e di un patrimonio librario
consistente. I dati, da questo punto di vista, per quanto relativi a tre campioni
qualitativi, quindi non statistici, in senso stretto, riflettono una realtà
oggettiva che, come già detto, è caratterizzata dall'assenza
di biblioteche a S.Paolo, da una piccola biblioteca orientata a dare risposte
di base e di un punto prestito a Galciana, da una grande biblioteca che può
soddisfare la richiesta di più tipi di pubblici, di base e specialistici,
nel centro storico. Infatti si osserva un notevole scostamento tra le percentuali
di Paolo, Galciana e Centro storico, rispettivamente: 6,3%, 26,1% e 2,3% e
che quantificano il livello di soddisfazione.
Altre disomogeneità di dati che riflettono la realtà dei servizi
sul territorio sono rappresentate da:
- i cinema e i teatri a Galciana e a S. Paolo: 29,1%, Galciana, 22,0% S. Paolo
(considerando sempre che i campioni non sono statistici, le due percentuali
possono essere abbastanza associabili) e 4.6% il Centro storico;
- i negozi di abbigliamento a Galciana: 21,7% Galciana, 12,4% S. Paolo, 2,3%
il Centro storico;
- birrerie, pub e altri luoghi di ritrovo: 5,8% a Galciana, 6,2% a S. Paolo
e 1,1% il centro storico.
- librerie, negozi di dischi e di video: 12,7%, Galciana, 7,9% S. Paolo, 4,6%
centro storico.
Rispetto ai servizi per l'infanzia, si osserva che i cittadini dei tre quartieri
più insoddisfatti sono quelli del centro storico, raggiungendo infatti
il 17,1%, contro il 7,4% di Galciana e il 5,0% di S. Paolo.
I servizi per gli anziani che invece raccolgono minori segnalazioni di carenza
sono quelli di Galciana, mentre gli intervistati di S. Paolo e del Centro
storico esprimono un giudizio pressochè uguale: 17.0% S. Paolo e 18,9%
il Centro storico.
Individualismo, partecipazione, fiducia, solidarietà
Se si domanda agli intervistati di rivolgere la propria attenzione alla questione
immigrati troviamo che prevale un orientamento di apertura nei loro confronti
e riemerge anche da questo punto di vista la fiducia nell'intervento pubblico.
Infatti ben il 35,2% è dell'opinione che sia compito dell'Ente Pubblico
aiutare chi proviene da paesi lontani ad inserirsi. Il 15% ritiene che invece
sia compito di ogni cittadino dar loro una mano, e il 16,4%, superando un'ottica
di pura solidarietà preferisce orientarsi verso la positività
e i valori di una società multietnica. Circa un quarto del campione
esprime invece un atteggiamento di distacco, o forse anche di autentico rifiuto:
il 22,3% afferma "è meglio che stiano a casa loro", il 6,4%
"devono cercare di organizzarsi per conto loro".
L'atteggiamento di minore apertura è più sottolineato dagli
uomini, da chi ha un titolo di studio basso, e dalle fasce più anziane
della popolazione. Al contrario l'apertura e l'interesse verso altre culture
tendono a crescere con il calare dell'età, passando da 10,2% per gli
ultracinquantenni a 23,1% per i trentenni. Un'apertura e un desiderio di scambio
più consistenti fra chi è occupato\a e tra chi ha un titolo
di studio più elevato.
Sinteticamente, che pensano i cittadini e le cittadine intervistate di una
società in profonda trasformazione, dove di fatto finiscono per convivere
gruppi diversi per provenienza geografica (non solo l'immigrazione dall'estero,
ma anche quella dal sud d'Italia), culture, mentalità, valori? Il giudizio
tende, come accade di frequente in questo tipo di domande, a concentrarsi
in una posizione intermedia -nè bene nè male, senza sbilanciarsi
in giudizi precisi- sulla quale si attesta poco meno della metà del
campione. Tuttavia nell'altra metà prevale l'orientamento positivo:
abbastanza bene 25,3%, molto bene 4%; una posizione leggermente più
consistente a S. Paolo e Galciana. Un orientamento di maggiore chiusura, o
forse solo di maggiore pessimismo circa l'andamento del fenomeno, da parte
di chi abita in centro storico, degli uomini, delle persone meno giovani.
Nell'insieme l'indagine svolta a Prato sottolinea come ci troviamo di fronte
ad una società in grado di trovare ancora forti punti di aggregazione
e fiducia in una possibilità delle amministrazioni di agire per un
governo del bene comune. Nè manca la percezione che molti si sentano
ancora, anche fra i giovani, soggetti attivi all'interno di un processo sociale
ed economico in cambiamento. È questo il contesto nel quale ci pare
giusto leggere la disponibilità espressa su attività di volontariato.
Una volontà di agire anche come singoli per dare un contributo all'andamento
della società, ma in una prospettiva che non sempre nè necessariamente
deve essere letta come rifugio\delusione della politica e dell'agire collettivo.
Spesso, anzi, in questo contesto anche questo tipo di attività possono
divenire uno sviluppo e non una negazione o una frattura rispetto a culture
politiche forti e radicate nei decenni passati. Un'altra modalità di
agire per il bene comune, della collettività, e non solo per problemi
di coscienza individuale.
Innazitutto bisogna sottolineare l'orientamento positivo (e propositivo) di
circa il 90%i degli intervistati, a spendersi in una qualche attività
di interesse collettivo . Le attività verso le quali l'orientamento
è maggiore sono quelle rivolte a persone in difficoltà - anziani
e portatori di handicap - o comunque bisognosi più di altri di servizi
- bambini e adolescenti- . Ma non manca l'interesse a dedicare un po' del
proprio tempo per partecipare ad organismi di varia natura (più consistente
fra gli abitanti del centro storico), oppure a curare gli spazi verdi (soprattutto
a Galciana) o ad occuparsi della manutenzione del patrimonio artistico (si
manifesta maggiore sensibilità in centro storico).
Interessanti, a questo proposito le differenze fra donne e uomini, anche se,
ancora una volta, tendono a confermare atteggiamenti "classici":
un maggiore orientamento femminile verso il lavoro di cura, un altro maschile
verso l'impegno "pubblico". Infatti più donne sarebbero disponibili
ad impegnare il proprio tempo per aiutare anziani, portatori di handicap,
bambini e ragazzi; più uomini sarebbero interessati a partecipare ad
organismi di gestione, a curare il verde pubblico e il patrimonio artistico.
Anche i titoli di studio, in questo caso, segnano orientamenti diversi. Ad
un maggiore livello di istruzione corrisponde l'interesse a fare attività
con i giovanissimi, ad occuparsi di ecologia ed arte, ma anche ad un atteggiamento
partecipativo più vasto. Un livello di istruzione minore orienta maggiormente
verso l'aiuto alle persone in difficoltà, ma anche ad un atteggiamento
negativo; infatti quasi un quinto del sottocampione sottolinea il proprio
disinteresse\distacco a dedicare parte del proprio tempo a qualsivoglia attività.
Tra i non occupati, sia uomini che donne , prevale l'interessa ad aiutare
anziani e portatori di handicap, tra gli occupati a fare attività con
i giovani ma anche a parteciapre ad organismi vari.
Le classi d'età infine sottolineano la debolezza dello stereotipo sul
qualunquismo e disinteresse dei giovani che al contrario sono i più
orientati a spendere il proprio tempo in qualche attività: prima di
tutto per bambini e adolescenti, poi per anziani, ma anche per fare manutenzione
dei beni comuni, spazi verdi e patrimonio artistico.
Se amministrare una città significa entrare in contatto con il vissuto,
l'esperienza, la sensibilità della gente che vi abita, è importante,
oltre alla conoscenza dei fenomeni sociali che si verificano nell'ambito territoriale,
conoscere il giudizio dei cittadini su quegli stessi fenomeni. Passare quindi
da una dimensione "oggettiva" ad un'altra nella quale il filtro
diviene la percezione soggettiva che di quegli stessi fenomeni la gente ha.
È per questa ragione che il questionario chiedeva di valutare quale
tipo di trasformazione si è verificata negli ultimi anni rispetto a
determinate questioni nel proprio quartiere: se le cose erano migliorate,
peggiorate o rimaste più o meno invariate.
La maggior parte ritiene che ci sia stato un aumento della microcriminalità
e in secondo luogo, fra le situazioni che sono andate peggiorando, quasi la
metà del campione sottolinea l'accentuarsi dell'insofferenza verso
gli immigrati, mentre un terzo circa ritorna sullo scarso senso civico dei
pratesi che già era stato evidenziato nella prima parte della ricerca.
Altre note non positive segnalate da circa un quarto del campione sono il
diffondersi di irritazione verso i comportamenti giovanili, la condizione
di solitudine in cui si vive e il calo di una partecipazione sociale e politica
da parte dei cittadini.
In questo quadro negativo, dove si evidenzia il peggioramento di condizioni
di vita nella città, in un paragone con gli anni passati, le differenze
più rilevanti fra i tre quartieri riguardano il senso della solitudine
e l'insofferenza verso gli immigrati, di gran lunga più forti fra gli
abitanti del centro storico; il calo della partecipazione politica e sociale
lamentato soprattutto dai galcianesi; l'irritazione verso i giovani denunciata
con forza da chi vive a S. Paolo.
Un valore, e forse una pratica, come la solidarietà viene giudicata
in tutti gli ambiti territoriali indagati, da circa la metà, come un
modo d'essere abbastanza stabile per i pratesi. Una caratteristica dunque
che a parere di molti permane pur nel trasformarsi della società. Non
c'è però, nell'insieme, una valutazione positiva dell'evolversi
della vita urbana poichè nessuna delle variabili segnalate raccoglie
consensi davvero significativi quando si cercano di individuare i miglioramenti
avvenuti.
Il quartiere come spazio di relazioni.
Il percorso di analisi, come si è già detto in premessa, si
riferisce al Quartiere come spazio/ambiente di relazioni - diverse per numerosità
e intensità - che gli abitanti stabiliscono tra loro. Secondo lo studioso
della modernità A. Giddens, è la stessa compresenza a definire
una prima condizione spazio-temporale specifica di interazione; le interazioni
casuali e intenzionali che si realizzano nello spazio fisico del quartiere
- casa, strada, mercato, chiesa ecc. - hanno infatti il compito di creare
forme di "routines", abitudini cioè" essenziali per
i meccanismi psicologici che mantengono senso di fiducia e sicurezza ontologica"
(Giddens, 1990). Il quartiere può essere considerato, in questa ottica,
come una "comunità locale": luogo di relazioni di parentela,
di vicinato, di amicizia, secondo le indicazioni di un classico filone di
studi di sociologia e antropologia urbana. Pur sapendo che lo stesso termine
"comunità" riferito a un quartiere o a un'area territoriale
è discusso e controverso, caricato anche di simbologia e ideologia
(Guidicini, 1994), qui viene usato per sottolineare la connessione tra contesto
spaziale di residenza, e per alcuni anche di lavoro, e le molteplici relazioni
"faccia a faccia" che danno vita a punti di riferimento variamente
significativi nella vita di ogni giorno; elazioni così ovvie e date
per scontate che poco si considerano, ma contribuiscono a rafforzare i legami
di identificazione e a rispondere a bisogni vecchi e nuovi di socialità.
O, all'opposto, la loro assenza o carenza si trasforma in sensazioni di anonimità
dell'uomo "metropolitano", di libertà dell'individuo, che
sfugge alla ristrettezza della cerchia primaria e si difende così dagli
stimoli in eccesso della città-metropoli (Jedlowski,1995). Ma anche
possibile segno di povertà relazionale, di solitudine e indifferenza.
Il percorso qui proposto mira a ricostruire la qualità dei rapporti
che si hanno con i vicini di casa - una vicinanza fisica di spazi, non scelta
- successivamente quelli intenzionali e più significativi delle amicizie
insieme ai luoghi di incontro, infine le relazioni che si concretizzano nelle
aggregazioni più formali che sono le associazioni. Una ricostruzione
per cerchi concentrici che vanno dall'informale al formale, dalla casa dove
si abita alle strade del quartiere, cerchi che in ogni caso connettono dimensioni
fisiche-spaziali con dimensioni sociali e culturali delle pratiche di vita
quotidiane.
Non abbiamo, invece, considerato le relazioni "comunitarie" di parentela.
Non certo per sottovalutazione; molte ricerche empiriche degli ultimi anni
mostrano, infatti, la consistenza e l'importanza delle relazioni primarie
per il sostegno sia materiale che affettivo e psicologico degli individui
in diversi contesti urbani.
Il riferimento è alle indagini sulle strategie familiari e sulla distribuzione
dei compiti e del tempo a seconda dei ruoli di genere nella famiglia (Balbo
et al., 1990; Le Nove, 1990; Istat, 1994). Basti pensare all'aiuto dei nonni
per i nipoti o a quello dei figli verso i genitori anziani secondo il modello
della "intimità a distanza", dove la distanza è autonomia
di abitazione e di vita, ma vicinanza nel quartiere, così é
possibile attivare scambi molto frequenti, se non quotidiani. Del resto anche
un quarto degli intervistati ha scelto "quel quartiere", perchè
vi abitava un familiare, come é già stato accennato in precedenza.
Perciò scelta operata ha risposto unicamente a un criterio di economicità
del questionario, per sondare invece ambiti meno esplorati ma significativi
del rapporto che i residenti hanno con gli altri abitanti del quartiere e
di una dimensione di vita che si realizza in un ambito intermedio tra pubblico
e privato.
Relazioni di vicinato.
I vicini sono stati intesi nella definizione più immediata di "vicini
di casa", non indagando tanto se esiste una "vita di vicinato"
e intorno a quali funzioni o spazi essa si realizzi, quanto la percezione
che hanno gli intervistati della loro interazione quotidiana. Essa "può
limitarsi alle buone maniere e a comportamenti rituali di rispetto, quale
lo scambio di saluti e a un atteggiamento riguardoso che riduce al minimo
il disturbo nello spazio comune", o "basarsi sul principio dell'interferire
con gli altri il meno possibile" (Hannerz, I992); ma può comportare
anche scambi di favore e di beni con una maggiore reciprocità.
L'esperienza di vicinato risulta positiva per la metà di coloro che
hanno risposto, perchè i rapporti, che vengono definiti "buoni",
danno luogo a favori e comunicazione: un'abitudine che non si differenzia
particolarmente nei diversi quartieri. Le diversità sono più
legate, invece, alle soggettività, ai ruoli e alle condizioni di vita
dei singoli. Infatti sono più le donne e le persone non occupate, (quindi
in maggioranza casalinghe e pensionate/i), a vivere queste buone relazioni
quotidiane; avere tempo disponibile, non essere vincolati a orari è
importante, perchè sono soprattutto coloro che lavorano (33.1% rispetto
a 5.9%) in particolare con alto titolo di studio, a non avere tempo sufficiente
per stabilire veri rapporti di conoscenza. Impedimenti oggettivi che sembrano
essere espressi con certo rammarico.
Sono estranei a queste forme di micro-socialità, d'altro canto, un
quarto degli intervistati, appena un pò più a S. Paolo, un quartiere
"più difficile" per la sua stessa storia; si tratta soprattutto
di non occupati (33.0% contro il 18.8% ) e ciò fa intravvedere una
esperienza di solitudine abbastanza diffusa, specie fra gli anziani. Anche
altrove, del resto, riemerge il problema della solitudine, che si ritiene
sia peggiorata negli ultimi anni: un fenomeno, come ben si sa, nel quale convergono
le conseguenze sia delle trasformazioni demografiche che del "frammentarsi"
delle società moderne.
In conclusione: se il tessuto di socialità fra vicini appare sostanzialmente
positivo, forse frutto di abitudini consolidatesi nel tempo, esso non è
privo di ombre e di difficoltà se si è in particolari condizioni
di vita, di lavoro o di età; e ciò si riferisce a quasi la metà
degli intervistati. Dati che fanno riflettere sugli insediamenti avvenuti
e sulla fase di transizione della città a modelli di vita tipici della
modernità che hanno rotto, specie con i processi di immigrazione e
con il diffondersi del tempo industriale costretto e vincolato, abitudini
alla socialità e al sostegno reciproco caratteristici di altri modelli
più comunitari di economia e di convivenza: con il disagio che ne deriva,
che può divenire anche isolamento o emarginazione, se vi è una
convergenza di più fattori. Cosa che oggi non è, ma che può
divenire se non è "governato". Ciò è motivo,
del resto, di una ripresa di interesse degli studi, come si è già
detto, sulle nuove - o vecchie - forme di urbanità che si ripresentano
nei bisogni dei cittadini e in particolare di quelli che abitano le periferie
(Mela, Pellegrini, 1993).
Dal vicinato alle amicizie: il cerchio si amplia, sia in senso spaziale, che
per l' intensità delle relazioni.
Mentre c'è chi non ha amicizie in quartiere ( più in centro,
e soprattutto tra i più giovani la cui mobilità di relazioni
è in genere maggiore ) la quota più consistente (42.3%) degli
intervistati si riconosce in una relazione meno intensa dell'amicizia, quella
che si ha con i "conoscenti" che si incontrano nei diversi momenti
della giornata: scambi verbali, "chiacchiere" in questo caso, relazioni
meno impegnative ma che delineano una rete di socialità quotidiana
a maglie larghe, di relazioni "faccia a faccia", di non indifferenza.
Una socialità "di strada" che caratterizza positivamente
Galciana dalle altre zone (48.1% rispetto a 38.3% del centro ), mostrandone
il tessuto piuttosto coeso, di "paese", di vicinato "allargato"
da una consuetudine di interessi e di vita, che sono ancora ben presenti negli
abitanti. Avere più conoscenti che amici, in quartiere, è anche
di chi è occupato, ancor più delle donne: ritorna il problema
del tempo disponibile che per le donne è ancor meno, visto che per
loro i lavori sono due (se lavorano fuori casa) e hanno meno tempo di frequentare
circoli, ecc., ma hanno luoghi di incontro tipici della routine quotidiana:
la spesa, la scuola dei figli, ecc. Circa la metà, poi, (46.0%) si
riconosce in rapporti amicali che vengono praticati in luoghi precisi quali:
- l'associazione o il circolo (16.9%), ma assai più a Galciana (22.2%
contro il 13.1% del centro), uomini soprattutto e di una certa età.
A Galciana, infatti, si conferma ancora forte una socialità legata
a culture politiche e associative di lunga tradizione e di comunità
di piccole dimensioni, come si è più volte ricordato, messa
in luce dagli stessi testimoni privilegiati, che si collega alla annotazione
alla domanda precedente.
- piazze e strade (14.0%), cioè luoghi informali aperti, più
a S. Paolo e in centro, modalità di incontro dei giovani soprattutto
con buon livello di studio, probabilmente studenti (su questo tema, qualche
anno fa è stata svolta la ricerca "Giovani e territorio. Indagine
sui luoghi di aggregazione formale e informale dei giovani a Prato")
- e case (16.0%) luogo di incontro che è di tutte le aree e di tutti
i soggetti.
A conclusione si può dire che la vita di quartiere è contrassegnata
visibilmente, per le tre realtà, da una rete di relazioni con amici
e conoscenti, anche a trama larga, anche non molto intense, che tuttavia lasciano
intravvedere abitudini alla comunicazione e all'interesse reciproco. Quelli
dei vicini e dei conoscenti sono ambiti che in parte interferiscono fra di
loro, sembra anzi che con i primi possano presentarsi più difficoltà,
forme di estraneità, perchè la contiguità degli spazi
abitativi non é sempre scelta. Ancora: fra le tre zone, Galciana si
distingue per una socialità più libera e informale fra gli abitanti.
L'analisi volge ora lo sguardo al livello più strutturato delle associazioni
per vedere la qualità delle appartenenze e delle attività che
si praticano.
Frequentare - circoli e associazioni - non è di tutti, ma riguarda
più della metà (è il 43% equamente distribuito per quartiere
che non partecipa), a conferma di un tessuto associativo molto radicato nella
vita collettiva di Prato.
È più difficile prendervi parte se si è donna, se si
è occupati e con titolo di studio elevato, se si è negli anni
centrali del corso di vita: gli impegni di lavoro e familiari - e per le donne
anche una certa ristrettezza di ambiti di vita giè segnalata nella
prima indagine ma che rimanda a esperienze generalizzate - non lasciano tempo
per la vita sociale, non lasciano tempo, o ben poco, da dedicare a se stesse
per rapporti, interessi, attività del cosiddetto "tempo libero".
Se cresce l'età, infatti, cresce anche la partecipazione associativa;
"solo" il 18.8% delle persone mature/anziane, infatti, non prende
parte ad alcuna associazione/circolo. Quali i circoli e le associazioni frequentate?
In questo caso, che riguarda in parte anche le modalità di distribuzione
dei questionari come si è detto in premessa, possono essersi sovradimensionate
talune appartenenze; perciò le indicazioni vanno considerate soprattutto
come messa in evidenza dei principali luoghi di incontro, più che come
tassi di partecipazione alle diverse associazioni. Gruppi parrocchiali e di
ispirazione religiosa, circoli ARCI e associazioni sportive sono luoghi consolidati
di vita associativa, insieme ai centri anziani e alle associazioni di volontariato.
È naturalmente assai più ridotta la partecipazione ad associazioni
"orientate" su una sola attività, come quelle ecologico/naturalistiche,
o le associazioni musicali e teatrali (più le prime delle seconde).
Una lettura per tipologia, infatti, mostra che sono frequentate soprattutto
associazioni nelle quali prevale l'aspetto aggregativo e si fanno diverse
attività ricreative, anche il solo chiacchierare (circoli ARCI e MCL,
centri anziani) e il circolo è luogo di incontro informale, o di impegno
religioso; eccetto quelle sportive, meno diffuse le attività solidaristiche
e espressive (gruppi musicali e teatrali).
Ciò naturalmente fa sì che da una certa età in poi ci
si trovi, oltre che nei centri anziani, molto di più in parrocchia
e nei circoli ARCI (in quest'ultimo caso specie a Galciana).
Cittadini di Galciana, cittadini di Prato, cittadini del mondo
La condizione sociale moderna è, secondo le teorie sociologiche classiche
della modernizzazione, il risultato di un processo di rottura di vincoli comunitari,
tradizioni, solidarietà, punti di riferimento. Sia pure nella differenza
dei vari modelli esplicativi circa il rapporto fra identità e modernità,
permane un filo conduttore che lega le differenti teorie, individuabile nella
mancanza di stabilità e certezza del soggetto moderno. Una condizione
di sradicamento che indurrebbe gli attori - sia donne che uomini - privati
di solidi riferimenti ad agire in un'ottica individuale, cercando in se stessi
quel riconoscimento e quella legittimazione che non si trovano più
nel mondo sociale esterno (Sciolla,1995). Una prospettiva di individualismo
in cui i soggetti agiscono come monadi, ma al tempo stesso in un universo
dominato da quel fenomeno che è stato definito di globalizzazione,
che sta cancellando identità collettive e inglobando differenze culturali
in un universo caratterizzato da una forte, rischiosa omogenità e da
altrettanto forti meccanismi di potere e forme di esclusione.
Un quadro che nel corso degli ultimi anni si è ulteriormente complessificato,
evidenziando al tempo stesso forti contraddizioni. Basti pensare al contrasto
fra l'identità flessibile, aperta, "errante" che per un verso
caratterizza le società dell'occidente contemporaneo e la radicalità
(la violenza) di conflitti, scatenatisi in quelle medesime società,
che sottendono la persistenza e la difesa di identità locali particolaristiche
e chiuse. Questi cenni a teorie e problemi di portata ben più ampia
per spiegare il significato di una batteria di domande poste nel questionario
volte ad indagare se, come, in quale misura in una microrealtà oggi
possano persistere vincoli di appartenenza e differenze culturali che magari
convivono con lo sradicamento della società moderna.
Oltre la metà del nostro campione ritiene che le specificità
di quartiere non esistano più o proprio non siano mai esistite, insomma
un quartiere più o meno equivale all'altro. Ma c'è anche chi
pensa che l'omogeneità dell'oggi sia frutto di un percorso storico
entro il quale le differenze progressivamente vanno sfumando. Che il quartiere
sia un mondo un pò a sé, lo affermano invece soprattutto gli
abitanti del centro storico (29,1% del sotto campione) e di Galciana (24,3%,
riferito al sotto campione di Galcianesi).
Un dato che trova conferma in un'altra risposta là dove ben il 35,4%
di Galcianesi intervistati dichiara di sentirsi prima di tutto cittadino di
Galciana. Anche in questo caso tuttavia, pur non sottovalutando questo dato,
bisogna riconoscere che le identità locali, legate ad una micro realtà
territoriale, sono proprie di una minoranza. Infatti anche in un quartiere
fortemente strutturato, con una storia di paese come la stessa Galciana, ben
il 48,7% degli intervistati si sente innanzitutto cittadino o cittadina di
Prato. Una risposta ancora più alta fra chi vive a S. Paolo (71,8%,
contro un altro 19,9% del sotto campione che preferisce definirsi "di
S. Paolo") e soprattutto fra chi abita in centro storico (81,1%, sempre
riferito al sotto campione). In quest'ultimo caso però la risposta
contiene orientamenti diversi, probabilmente anche di chi si sente pratese
per eccellenza in quanto abitante di quel centro storico che taluni considerano
un mondo un pò a parte, cuore pulsante della vita urbana.
Sarebbe interessante, a questo punto, poter scavare fra chi sceglie la risposta
"altro", per comprendere se essa racchiude una sorta di disinteresse,
di qualunquismo o magari di vuoto e di sradicamento determinato dai cambiamenti
in atto (l'individuo "nomade"), oppure un'apertura verso una cittadinanza
universale in cui i legami e le identità non sono più segnati
da limiti territoriali ma piuttosto da nessi tematici, da comunanze di bisogni
che possono oltrepassare gli stessi confini nazionali in una tensione positiva
fra comunità e mondo.
Iniziative e proposte per la qualità della vita
L'attenzione ora si allarga a molti altri problemi che influiscono sulla qualità urbana con un "gioco di simulazione" proposto agli intervistati: "Se fosse lei Sindaco della città, quali problemi affronterebbe per primi?"
Nella prima indagine già i pratesi avevano espresso una valutazione
- in voti veri e propri - complessivamente critica sui problemi della città:
un'insufficienza del 5.3 come media, che abbiamo letto come stimolo a sfruttare
meglio le potenzialità che la città possiede. Qui il meccanismo
valutativo diviene, in certo senso, azione virtuale di governo. Innanzitutto
le priorità di intervento indicate al "primo cittadino":
1- la sicurezza nella città, istituendo il vigile di quartiere: 32.2%.
Ciò risponde alla denuncia dell'aumento della microcriminalità
fatta da più di metà degli intervistati, come si è visto
in precedenza. La richiesta è molto più forte in periferia che
nel centro (34.4% e 37.3% rispetto a 22.9%), forse perchè qui c'è
una presenza maggiore di istituzioni preposte alla vigilanza. Il vigile di
quartiere risponde infatti alla richiesta di azioni più di prevenzione
che di repressione verso condotte di "inciviltà" e di piccola
delinquenza; quanto poi esso sia in grado di rispondere alle aspettative e
ai compiti, è da vedere. Tuttavia la richiesta, che è coerente
con un senso di insicurezza diffuso, è da considerare un indicatore
di allarme che probabilmente poggia, negli intervistati, su situazioni passate
di maggiore controllo del territorio, di maggiore integrazione del tessuto
sociale. È in ogni caso, come sostengono gli esperti, un messaggio
che va pienamente accolto per quello che dice sulla percezione dell'insicurezza
collettiva nella città e sulla necessità, per chi governa, di
trovare risposte efficaci alla ricostruzione di sentimenti di appartenenza
e fiducia (Baratta, 1993).
2- l'inquinamento da combattere: 26.9%. Più sentito a Galciana e in
centro che a S.Paolo, il problema inquinamento aveva già ottenuto una
grave insufficienza da tutti pratesi (4.5 su 10 ); ciò a dimostrazione
di una diffusa sensibilità per la qualità ambientale, la salute.
3- la comunicazione fra Amministrazione comunale e cittadinanza attraverso
scambi costanti: 24.3%; si conferma la necessità, omogenea nelle tre
aree, di migliorare il rapporto con l'amministrazione, potenziando soprattutto
il sistema di informazione. È senz'altro una sollecitazione a rivedere
tutto il sistema informativo, sia con la costituzione degli URP (Uffici Relazione
col Pubblico, Decreto leg.vo n. 29/93) sia con altre misure e progetti che
creino reciprocità, interazione comunicativa.
4- la vita culturale associata, favorendo l'apertura di luoghi a ciò
dedicati: 22.6%. È una richiesta ricorrente, questa, che conferma la
necessità di intervenire sul versante della "qualità "
del tempo individuale e sociale; si chiedono luoghi che siano anche occasione
di relazioni da sviluppare e non solo consumo culturale come cinema e teatri,
che nella graduatoria sono all'ultimo posto.
Quanto agli altri problemi: il potenziamento dei trasporti è richiesto
soprattutto dagli abitanti del centro che già si sono espressi per
il cambiamento degli orari.
Interventi di manutenzione urbana - non solo ecologici ed estetici ma a forte
valenza relazionale - sono quelli volti a dotare la città di verde
pubblico più ampio e ad arredare le piazze: la città deve essere
accogliente e bella per essere amica ( sensibilità più diffusa
in centro ). Infine: benchè la metà abbia denunciato l'aumento
dell'insofferenza verso gli immigrati", solo 5 intervistati su 100, ma
in centro sono 8 rispetto a 4 e 3 di Galciana e s.Paolo, ritengono prioritario
promuovere incontri con loro.
Le differenze fra i quartieri si riassumono soprattutto nel fatto che in
centro il primo problema segnalato è l'inquinamento (anzichè
il vigile di quartiere); a S.Paolo il secondo problema da affrontare è
quello dei luoghi culturali/ricreativi, con un forte richiamo a colmare le
attuali carenze.
Tra le donne sono più sentiti i problemi del verde e delle piazze:
hanno più sensibilità estetica, all'accoglienza e alla relazionalità.
La pratica del "lavoro di cura" qui diventa attenzione agli spazi
comuni, alla manutenzione degli spazi pubblici. È fuori luogo pensare
alla città come a una grande casa, dove ci si deve sentire a proprio
agio? No certo. Questa predisposizione e interesse esprime infatti l'esperienza
femminile comune anche ad altri contesti urbani, come hanno constatato le
scriventi, ad esempio, per la realtà di Roma ( Lenove,1994 ).
I giovani puntano con decisione alle politiche culturali sollecitando anche
l'apertura di cinema e teatri; oltre i 50 anni balza in alto il problema della
sicurezza, per essere difesi dalla microcriminalità che proprio loro
ritengono aumentata.
Se si fa una lettura sintetica delle indicazioni che i pratesi esprimono,
la ricerca della qualità é l'elemento dominante Essa dovrebbe
investire molti ambiti della vita collettiva, affinché la città
possa divenire più accessibile, più vivibile, più sicura,
più bella.
Più amica dei suoi abitanti.
STRALCIO
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