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Comune di Prato

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Le fasi delle pianificazione urbanistica a Prato - 1. La città compiuta

Il periodo tra le due guerre (1922-1942)

 Illustrazioni della sezione

Un'ulteriore e più vigorosa fase della crescita della città avviene nel ventennio del regime fascista, quando la popolazione cresce da 58.843 a 74.778 abitanti. Anche tale espansione si compone in un contesto rigorosamente centripeto, in funzione cioè dell'originario nucleo antico che rimane riferimento esclusivo di centralità urbana nei principali edifici pubblici, sia civili che religiosi.

In questo periodo l'antico esagono delle mura viene ormai sentito come un soffocante laccio che impedisce di inglobare i sobborghi fuori porta, in una nuova immagine più estesa della città.

In un articolo de "La Nazione" del 28/1/1931 si legge infatti "...Non vi è ragione che sussistano i sobborghi come zona a sé; essi continuano la città e come città debbono essere considerati. Le mura sono un ricordo storico ormai, un monumento degno di essere conservato in alcuni tratti che hanno pregio d'arte, non servono più nemmeno a linea daziaria. Perciò facciamo conto che non esistano ed allarghiamo la città fino al termine dei sobborghi con la campagna...".
Per rendere permeabile il centro storico alle nuove aree edificate, si aprono nelle mura urbane, le brecce di Via Curtatone (1931), Porta del Leone (1932) e Archi di Frascati (1934) (figura 1.24).

Contestualmente agli ampliamenti dei sobborghi fuori porta, si inseriscono nuovi assetti residenziali anche all'interno del centro storico nei rioni dell'Orto del Lupo (1931), di Palazzolo (1925/32) e del Luterano (1934/35), per la realizzazione di ville e villini nelle aree originariamente a verde, che costituivano le fasce di rispetto alle mura urbane.

Il ventennio fascista lascia notevoli testimonianze soprattutto nelle opere pubbliche, in quanto considerate elementi trainanti del sostegno e del consenso verso il regime.

Le opere più significative e rilevanti del periodo, anche perché di interesse nazionale, sono riferibili alla costruzione della linea ferroviaria "Direttissima" Firenze-Prato-Bologna, inaugurata il 21 aprile 1934 e l'autostrada FI-Mare, iniziata nel 1928/29 e aperta al transito, nel tratto Firenze - Montecatini, nel 1932.

L'autostrada, con una lunghezza complessiva di quasi 82 Km. e una larghezza di ml 10, dei quali solo 8 per la carreggiata, viene concepita per finalità prevalentemente turistiche. Nella pubblicazione distribuita in occasione dell'apertura della nuova arteria si legge che "l'autostrada Firenze/ Montecatini/ Viareggio sorge infatti nella zona turistica, nel suo complesso più varia e più importante d'Italia; libera da un traffico divenuto da anni eccessivo e pericoloso le vie ordinarie che raccordano la massima città dell'Italia centrale dopo Roma, alla massima stazione d'acque (Montecatini Terme) e alla massima spiaggia tirrena (Viareggio e litorale versiliese); offre le maggiori garanzie di incolumità, permettendo un'economia effettiva di consumo e un considerevole risparmio di tempo, che compensano largamente la modesta spesa del transito".

Gli edifici pubblici realizzati nel periodo, pur nella frequente impostazione formale d'eccezione e pretenziosità, si uniformano comunque al contesto urbano, rispettando l'assetto morfologico preesistente.

Per quanto riguarda l'aspetto architettonico è possibile distinguere all'interno del ventennio due distinti periodi, la cui data di divisione è collocabile intorno al 1932/34: il primo è caratterizzato dall'uso stilistico dei modelli medievali e rinascimentali nell'interpretazione ottocentesca, mentre nel secondo non sono rari i primi interessanti esempi di architettura moderna razionalista.

A Prato nel primo periodo vengono infatti realizzati il Politeama Pratese (1921/25), i due blocchi di case popolari di notevole pregio, sia formale che strutturale, in via Zipoli e via Rubieri, adiacenti alle aree industriali di via Pistoiese (1927/29), l'ampliamento dei Macelli Pubblici (1930) e la Casa del Fascio (1931).

Nel 1932 sulla via Roma viene iniziata la costruzione del nuovo ospedale cittadino, su progetto di Brunetto Chiaramonti, con una facciata scandita da semicolonne di ordine gigante in travertino, su paramento in mattoni, mai completato in quanto il Consiglio di Amministrazione dell'Ospedale Misericordia e Dolce nel 1953 decide di utilizzare le aree di proprietà, per una lottizzazione ad alto indice fondiario e senza alcuna qualità formale.

Nel secondo periodo vengono realizzati l'elegante Dispensario fuori Porta Leone, progettato dall'ing. V. Rugantini nel 1937, le scuole comunali Cesare Guasti progettate dall'ing. A. Passi nel 1939 e lo stadio comunale progettato nel 1939 e completato nel 1943 in stile razionalista, dall'ing. P. Bardazzi.

A metà dei due periodi considerati si colloca l'intervento di maggiore trasformazione attuato dal regime nel tessuto storico della città, rappresentato dal sistema dei viali, progettati per collegare la Stazione Ferroviaria con la Piazza del Castello (figura 1.26).

Tale operazione, che ancora oggi risulta di grande impatto ed estensione, inizia nel 1925 con la costruzione di Viale Piave, prosegue nel 1931 con la realizzazione del Viale Vittorio Veneto, il Ponte della Vittoria e la Passerella sul Bisenzio, realizzata dall'ing. G. Krall nel 1934, e si conclude con la Stazione Centrale, inaugurata nel 1934 e costruita in stile neorinascimentale nell'interpretazione tardo ottocentesca.

Immediatamente dopo vengono realizzate le grandi arterie di viale Montegrappa nel 1935 e dei viali di circonvallazione esterni alle mura nel 1938.

La realizzazione del viale Piave, con l'ulteriore ampliamento della breccia nelle mura, costituisce ancora oggi un taglio violento nella città, incompatibile soprattutto con la trama filiforme del tessuto urbano del centro storico. L'arch. Silvestro Bardazzi, che già aveva evidenziato la retorica dell'operazione come il "...monumento al treno...", nella relazione allegata al PRG del 1956 aggiunge che i "... grandi viali V. Veneto e Piave,... sono sorti con un intendimento più retorico che urbanistico ed hanno determinato una direttrice di traffico che finisce con il soffocarsi nelle maglie del Centro Medioevale; infatti nella zona in cui si trovano non costituiscono una direttrice di attraversamento, d'altra parte una tale linea sembra dannosa al tessuto urbanistico medioevale che ne viene profondamente turbato."

Negli interventi di riabilitazione degli edifici monumentali, il regime cerca di appropriarsi dei temi eroici che hanno determinato la formazione di tante cittā italiane nel medioevo, ritenendo che "...il passato interpretato, vivificato, aggiornato, č fonte di ammaestramento e pungolo per meglio avanzare verso le grandi mete della Patria..." .
Le operazioni di restauro, nel tentativo di ricomporre immagini capaci di rievocare il glorioso passato talvolta mitizzato, integrano gli interventi con il ripristino stilistico degli elementi mancanti o con l'inserimento di intere parti sulla base di semplici interpretazioni, secondo una metodologia di ricostruzione che giā alla fine dell'800 aveva caratterizzato l'opera grafica di G. Rohault de Fleury.

In questo contesto culturale si pongono i lavori eseguiti per la sistemazione del Palazzo Pretorio, su progetto dell'arch. E. Cerpi nel 1924/26, del Palazzo Vescovile, su progetto dell'Arch. A. Colzi nel 1929 e il restauro del Castello dell'Imperatore sempre di A.Colzi nel 1936/40, il cui intervento viene finalizzato a "...rendere non soltanto la purezza della forma antica ma anche la bellezza pittoresca e romantica del luogo in cui il baluardo della terra di Prato sorse per volontā del suo signore..." .
Questa operazione di restauro comporta la demolizione di numerose superfetazioni, soprattutto ad uso residenziale, stratificate nel tempo nonchč il ripristino della merlatura nelle cortine occidentale e meridionale, restituendo al Castello il suo presunto contesto originario.

L'attenzione prevalente alla tutela dei singoli edifici monumentali e non dei contesti storici nel loro assetto urbano originario, si avverte nella disinvoltura con la quale, per la realizzazione di Viale Piave, non solo viene demolita gran parte del Cassero, considerato edificio di minore importanza, ma anche se ne occulta la parte residua con la realizzazione di nuovi e pur modesti edifici.

Il progressivo aumento della popolazione, non potendo più essere contenuto nell'ambito del centro storico, determina un'ulteriore espansione edilizia al di fuori della cerchia murata. Si tratta ancora di un ampliamento della città nello schema di impianto centripeto, che riconosce nell'antico nucleo storico il centro di gravità delle funzioni prevalenti, sia religiose che amministrative e percepisce la stratificazione delle nuove zone edificate fuori porta, come vere e proprie periferie.

Questa fascia esterna, che verrà in seguito identificata come "città densa", non tanto per i volumi realizzati, quanto piuttosto per la disposizione degli edifici, serrata e senza spazi pubblici di supporto, è comprensibile soltanto richiamando il quadro giuridico dell'epoca, che riconosce alla proprietà fondiaria un diritto preminente nell'attivazione edificatoria.
Tale quadro viene esplicitato chiaramente nel Regolamento Edilizio del 1911, ove nella relazione al Consiglio Comunale si fa presente che "...i Regolamenti Edilizi costretti come sono a rispettare scrupolosamente i diritti che la legge garantisce alla proprietà privata... possono soltanto determinare l'azione che il Comune può esplicare...nei riguardi dell'ornato pubblico e della viabilità..." e che pertanto l'Amministrazione "...rinuncia a imporre al privato che vuol costruire sul proprio fondo l'obbligo di chiedere perciò sempre un permesso all'autorità comunale. Basterà che egli denunzi i lavori che vuol fare..." .
Questa esasperata tutela giuridica della proprietà privata, che non viene calibrata in funzione delle pubbliche esigenze, si traduce in una parificazione delle aree rispetto alla potenzialità edificabile.

Quando nel 1926 l'Ufficio Tecnico del Comune si trova nella necessità di dare comunque un ordine alla incalzante richiesta di nuovi edifici, si deve limitare a disegnare un reticolo stradale, sovrapposto all'antico tracciato centuriale, che favorisce ed accellera l'edificazione delle aree a quel tempo ancora libere.

Lo schema redatto dall'ufficio tecnico comunale, che nell'attuazione pratica recepisce anche i condizionamenti derivanti dalle numerose varianti richieste dai privati, costituisce comunque riferimento ai primi piani particolareggiati (solo viari), identificati o con il nome del richiedente (Piano Strozzi, Piano Di Cesare, Piano Fischer, Piano Mariotti) o della località (Piano di S. Caterina e Piani di Via Santa Trinita e Via Ferrucci).

Le sole zone urbane alle quali si continua a riconoscere una caratteristica residenziale esclusiva sono quelle dei nuovi quartieri sulla riva sinistra del Bisenzio e sui nuovi viali di collegamento con la stazione ferroviaria. Solo per queste zone un'apposita modifica del Regolamento Edilizio, approvata nel 1946, impone la presentazione completa del progetto, una decorazione sobria e seria e un'altezza dei piani congrua all'importanza delle zone d'inserimento.


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