La donna pratese: lavoro, famiglia, doppia presenza
Nell'area il modello femminile di partecipazione al mercato del lavoro è sempre stato elevato: il distretto industriale pratese ha mantenuto dal 1961 ad oggi tassi di occupazione femminile più elevati della Toscana).
Secondo un'indagine di qualche anno fa (Meini 1992) le donne del distretto industriale pratese, rispetto a quelle delle altre aree della Toscana, mostravano pero' una visione del lavoro più strumentale e legata alla necessità economica che evidenziava una "continuità con gli orientamenti tradizionali della società contadina" (Pescarolo 1995, 33).
Una recente indagine empirica - svolta dall'Istituto Iris per il Comune di Prato, dal titolo "I pratesi e la città. Donna, famiglia e servizi in un'area di distretto industriale" (Giovani 1997) ha fatto comunque emergere cambiamenti di un certo rilievo rispetto a quello che è stato tradizionalmente il modello tipico dell'area. Il maggior investimento nel lavoro e la crescente scolarizzazione della componente femminile tendono a mutare i rapporti all'interno della famiglia e fanno emergere bisogni di realizzazione personale da parte della donna. I risultati dell'indagine sottolineano cambiamenti avvenuti nei modelli femminili di partecipazione facendo emergere una figura di donna emancipata che lavora, non tanto per integrare il reddito familiare, quanto per la propria gratificazione professionale.
La ricerca citata è stata finalizzata anche a rilevare come le donne riescano
a conciliare l'impegno professionale con quello di lavoro e di cura
per il proprio nucleo familiare. Tramite un'analisi della doppia presenza
alla luce dell'interazione tra orari per il mercato e tempi della vita
familiare, le esperienze femminili sono risultate definite rigidamente dalle
strutture temporali del lavoro remunerato e del lavoro familiare.
Le intervistate, anche quando lavorano per il mercato, sono risultate responsabili
in larga misura del lavoro di cura per tutti i membri della famiglia e dentro
la parentela.
Conseguentemente sono emersi sintomi di disagio derivanti dalla rigidità e dall'intensità dei ritmi di lavoro che, se includiamo il lavoro domestico o "riproduttivo", superano abbondantemente le 10 ore giornaliere (grazie anche alla permanenza di una forte divisione dei ruoli tra uomini e donne) lasciando di conseguenza alla donna poco tempo per sè.
La quantità di lavoro familiare svolto è risultata legata all'età delle donne, da intendersi come appartenenza a generazioni diverse, nonchè alla particolare fase del ciclo di vita attraversata. Essere giovani, avere un'alta istruzione, lavorare fuori casa, portano a diminuire le ore di lavoro familiare. L'analisi fatta conferma dunque l'interpretazione secondo cui si verifica una discontinuità tra generazioni e tra modelli di riferimento. Viene inoltre smentita l'idea che i bambini piccoli costituiscano il carico maggiore di lavoro familiare; anche i figli ormai adulti "pesano" nei bilanci tempo delle donne, così come gli anziani, siano o no conviventi, possono risultare un grosso impegno.
Negli anni '90, dunque, la "doppia presenza", nuovo modello di normalità nel corso della vita delle donne adulte, viene focalizzato non solo sulle donne nel pieno della vita produttiva o riproduttiva, ma anche su quelle vicine all'età del pensionamento (50-60 anni): "è proprio in questa coorte di età che si addensano le probabilità che un proprio familiare anziano, in genere un genitore o un suocero, perda, progressivamente, o improvvisamente, l'autosufficienza fisica e/o psichica" (May 1994). Tale carico risulta ulteriormente aggravato anche dai figli ormai adulti che, come abbiamo visto, tendono a prolungare la loro permanenza nel nucleo familiare di origine.
Tale capacità di combinare risorse, in un momento di espansione del bisogno di cura e di compressione dei servizi, è tuttavia improbabile che possa rigenerarsi indefinitamente senza adeguati sostegni dati i costi sempre più elevati sostenuti dalle donne. Si deve inoltre tenere presente che la dimensione dei nuclei familiari sta diventando sempre più ridotta e che spesso coloro che prestano cure ai vecchi sono anziani loro stessi, con le loro proprie stanchezze e fragilità.
Emerge tutto il disagio di una donna sempre più investita da due messaggi forti e contrastanti come le esigenze di indipendenza e realizzazione professionale e l'investimento nella sfera affettiva/familiare.
Le possibilità della donna di offrirsi, inserirsi e permanere all'interno del mercato del lavoro risultano sempre più determinate dall'organizzazione, esistenza e costo di servizi, pubblici e anche privati.
Non a caso, infatti, per avere una migliore qualità della vita in senso complessivo, le intervistate con figli hanno richiesto supporti di base strutturali (come asili nido, scuole materne, impianti sportivi, centri ricreativi per ragazzi, servizi di trasporto che conducano i ragazzi a scuola ed anche alle strutture sportive), e servizi più efficienti. Ma soprattutto è emersa una richiesta esplicita di maggior articolazione, flessibilità e personalizzazione delle risposte, rispetto ad esempio ai tempi di entrata e di uscita dei bambini dalle scuole e dagli asili che si desiderebbero articolati su orari diversi. A questo proposito anche altre ricerche hanno sottolineato una situazione di disagio da parte dei cittadini - soprattutto delle donne che lavorano - nei confronti degli orari degli uffici pubblici e dei negozi che si ritengono troppo limitati (Le Nove 1996) 3.
