I tempi della città
Il vivere urbano nel modo in cui si è realizzato, progettato, pianificato
per molti decenni mostra sempre più segnali di inadeguatezza rispetto
alle profonde trasformazioni sociali che sono in corso; trasformazioni che
impongono, tra le altre cose, di sperimentare nuovi nessi tra tempo e spazio,
tra orari e organizzazione della vita, tra luoghi e aree metropolitane.
Accanto a strumenti più consueti e tradizionali che hanno associato
gli interventi di organizzazione della vita urbana a interventi sullo spazio,
da qualche anno anche nel nostro Paese si stanno sperimentando interventi
che muovono dalla riorganizzazione dei tempi. Dovrebbe essere chiaro che,
nonostante analogie sul piano linguistico, i piani regolatori dei tempi e
i piani regolatori degli spazi differiscono tra loro sia per funzioni che
per peculiarità (è interessante, tra l'altro, notare che anche
nella pianificazione spaziale la variabile temporale è sempre più
considerata).
Per quanto riguarda la pianificazione del tempo, uno dei presupposti da cui
muovere è che il tempo, o meglio il modello temporale, sia uno strumento
e non un oggetto: in realtà non si pianifica il "tempo" bensì
attraverso un intervento sul tempo si pianifica la vita degli individui, si
organizzano le attività sociali, si sincronizzano le vite individuali
con i ritmi sociali, si determinano i limiti di fruibilità dei servizi,
e così via. Intervenire sul tempo, dunque, non puo' prescindere dalla
considerazione che non vi è un modo "ottimale" di investire
il tempo bensì che l'obiettivo da ricercare è quello di utilizzare
la configurazione del modello temporale per depotenziare i conflitti tra gli
individui, per ordinare la vita dei cittadini, per rendere più agevole
la quotidianità. L'intervento sul tempo, il piano del tempo è
da vedersi quindi come il risultato di scambi e relazioni in cui ogni soggetto
(individuale o collettivo) faccia valere i suoi bisogni e sia disposto a confrontarli
e armonizzarli con quelli degli altri soggetti. Il piano, in altri termini,
puo' essere il risultato di forze diverse e molteplici che pur muovendo da
punti diversi, e forse talvolta distanti, trovano dei punti di accordo in
virtù di un migliore funzionamento e di una maggiore vivibilità
della città.
Il vivere sociale implica necessariamente il bisogno di sincronizzare la propria
vita con quella degli altri e cio' è tanto più evidente quanto
più le società si complicano. Il tempo ha avuto il ruolo di
rendere possibile questa sincronizzazione: dall'avvento dell'industria l'unità
di misura temporale ha determinato le quantità di lavoro, la separatezza
tra attività lavorative e attività di tempo libero, ha creato
forme omogenee di cicli di vita, modelli lavorativi standard, e così
via. Fino ad oggi il modello temporale che ha reso possibile la vita sociale
era improntato alla sincronizzazione. In passato, infatti, i ritmi di lavoro
e di riposo erano abbastanza omogenei e coinvolgevano in modo simultaneo la
massa degli occupati: negli anni settanta il modello temporale standard era
quello basato sulla definizione classica di lavoro a tempo pieno, otto ore
al giorno, settimana di 40 ore, anno di lavoro con ferie fisse, tempo di prestazione
lavorativa fino al pensionamento. Queste tendenze sono state incoraggiate
dalle esigenze di sincronizzazione e di controllo della grande impresa di
tipo fordista - produttrice di una gamma inizialmente poco differenziata di
prodotti in gran parte standardizzabili - che è stata portatrice di
precise necessità di organizzazione temporale come l'adozione di orari
di lavoro standard, in cui ciascun operatore era sincronizzato con la macchina
e con le operazioni a monte e a valle integrate in una linea produttiva.
Oltre al ruolo determinante del fattore organizzativo-tecnologico anche la
diffusione del welfare state ha avuto un ruolo determinante nel modellare
i regimi di orario di lavoro in fabbrica. Il sistema delle garanzie, modellato
sulla base delle istanze di tutela e di eguaglianza sociale portate avanti
dai sindacati e appoggiate dal legislatore, ha assicurato la diffusione di
regimi di orario sostanzialmente identici a tutti i settori produttivi, dalla
fabbrica agli uffici, dall'industria al terziario, dalla produzione di beni
alla produzione di servizi. A livello sociale più complessivo, la diffusione
dell'orario standard ha contribuito a diffondere modelli di vita industriale
e urbana in tutti gli strati sociali anche non direttamente collegati all'industria,
agendo come potente fattore di omologazione sociale.
In tempi recenti l'introduzione di tecnologie nuove, maggiormente "flessibili"
e l'incertezza e la variazione delle esigenze di mercato spingono nel senso
di rendere meno prevedibile e più incerta la quantità e la qualità
della produzione, ripercuotendosi su una richiesta di flessibilità
riguardo al tempo lavorativo L'esigenza di flessibilizzare le strutture organizzative
si inserisce poi in nuove logiche e sistemi organizzativi come il just in
time di origine giapponese e le strategie time-based, dove la riduzione dei
tempi di attesa dei clienti diviene un elemento basilare nella concorrenza
del mercato tra imprese rivali (Stalk, Hout 1991).
Anche nel caso delle organizzazioni di servizio, tanto del settore privato
che pubblico, la flessibilizzazione temporale puo' significare la possibilità
di ampliare e migliorare l'offerta del servizio prestato ai clienti o utenti.
è noto ad esempio che l'elevata rigidità temporale di molte
organizzazioni pubbliche di servizio rappresenta in Italia uno dei motivi
ricorrenti dell'insoddisfazione dell'utenza nei confronti del servizio pubblico.
Accanto alle modificazioni dirette dei processi produttivi operano inoltre,
altri fattori ad essi collegati, tra cui si debbono indicare in particolare
l'espansione dell'area dei servizi. Il trend decrescente dell'orario di lavoro
ha portato ad un aumento del tempo libero ed esso, a sua volta, ha incrementato
la domanda di servizi di ricreazione e di divertimento in orari non standard.
Lo stesso processo di terziarizzazione, caratterizzato da un notevole aumento
dell'offerta di servizi alla persona, ha determinato l'intermittenza delle
prestazioni, orari atipici, flessibili, poco compatibili con il lavoro costante
a tempo pieno.
L'ingresso sempre più consistente delle donne nel mercato del lavoro
rappresenta un ulteriore fattore di sviluppo di molti servizi alla persona
che una volta venivano invece espletati tra le mura domestiche ed esclusi
dal circuito del mercato. Dal punto di vista dei lavoratori poi, la flessibilità
puo' consentire regimi temporali di lavoro meno coercitivi, aumentare i gradi
di libertà nell'esistenza dei lavoratori e delle loro famiglie e una
maggior gamma di scelte nel tempo libero. Ma, al tempo stesso, impone anche
di confrontarsi con una nozione più fluida di regolarità temporale.
Le resistenze principali derivanti dai cambiamenti in atto, infatti, non riguardano
tanto il piano lavorativo quanto gli squilibri sul piano extra-lavorativo
come non poter condurre una vita di relazioni regolare, in sintonia con quella
dell'unità familiare o della cerchia amicale.
Se da una parte quindi i mutamenti in corso sospingono verso un graduale declino
dei tradizionali "sincronismi sociali" su cui grava l'intera organizzazione
sociale, dall'altra essi impongono la ricerca di una nuova idea di regolarità
temporale, fondata su una relazione dinamica tra tempo di lavoro e tempo di
vita.
