Per i partigiani della Brigata Buricchi, non catturati e rimasti incolumi, si trattava di tornare a casa o verso Prato, probabilmente libera.
Pochi di essi conoscevano il luogo dove si trovavano, il buio e la pioggia rendevano la situazione veramente difficile.
Carlo Ferri dopo molte vicissitudini riuscì ad arrivare in Comune dove sembra abbia accusato qualcuno di tradimento. Chi secondo l'ordine impartito prima della discesa dai Faggi, era tornato alla base, aveva trovato i tedeschi ad aspettarli: era dunque successo che i nazisti avevano conquistato la postazione saldamente tenuta per oltre due mesi dai partigiani e li aspettavano al varco.
Bisognava avvisare i partigiani ancora in montagna, così Leonardo
Cecconi e un certo Guido di Montemurlo partirono per la base della formazione.
Trovarono i tedeschi sulla loro strada e si salvarono buttandosi giù
dal crinale inseguiti dalle raffiche delle mitragliatrici.
Un forte contributo alla sganciamento della brigata venne dato dai russi
presenti nella Buricchi, dei veri combattenti.
Con la sua squadra Giulio Stefanacci fu tra i primi ad attraversare
la strada di Pacciana.
Egli era dietro il Salinari colpito da una raffica ad un braccio, con
molta difficoltà ritornarono a Cerreto, dove raggiunsero delle
baracche piene di sfollati.
Ma i tedeschi arrivarono subito anche li! Raccolsero molte persone e
le rinchiusero nella chiesa di Popigliano, poi la mattina seguente tutti
i fermati vennero portati all'Isola, dove altra gente era stata
ammassata in una fabbrica, e di là, dopo essere stati incolonnati
furono avviati verso nord.
Erano quarantadue persone sorvegliate da due tedeschi.
Furono portati a Montepiano e li rinchiusi nella chiesa.
Poi nella notte, su sollecitazione dello Stefanacci, 22 persone saltarono
dalla finestra e ognuno prese una strada diversa.
Qualcuno saltò sui campi minati e perse la vita, mentre Giulio
Stefanacci seguì la linea ferroviaria e finì a S.Benedetto
dove rimase fino a quando gli alleati non arrivarono.
Intanto, Armando Bardazzi, i fratelli Ferruccio e Gino Moggi e altri
due giovani non identificabili, ripresero a salire nel bosco tra i campi,
quando da un "muriccino", sbucarono due tedeschi che intimarono
l'alt!
Per i partigiani non ci fu altro che arrendersi.
Sotto la scorta dei tedeschi, raggiunsero quasi la vetta dello Spazzavento
e dall'altro versante presero un sentiero che portava a S.Lucia.
Il Bardazzi cercò di comunicare al Moggi un piano da attuare ad
un suo cenno.
Fu così che ad un tratto Armando Bardazzi rallentò, costringendo
quelli che aveva dietro a fare altrettanto.
E quando il Moggi, che era un uomo di statura e di fisico eccezionali, ebbe
addosso i due tedeschi, li agguantò per il collo e li strinse con
le braccia in una morsa senza aspettare il segnale convenuto.
Però non ce la fece a reggere la presa e un soldato cercò
di difendersi puntando il moschetto verso il Bardazzi, il quale tuttavia
fece in tempo ad afferrarglielo per la canna, impegnando una violenta colluttazione.
Il tedesco era con le spalle alla montagna.
A fatica il Bardazzi, che tra l'altro aveva anche la febbre, riuscì
a strappargli il moschetto dalle mani e a darglielo sulla testa.
Poi Ferruccio Moggi corse in aiuto del compagno e si sbarazzarono dell'ultima
resistenza.
Ma nell'allontanarsi dai due tedeschi ormai morti, nessuno ebbe l'accortezza
di prendere le loro armi.
In tre, quindi, poiche' gli altri due partigiani erano scappati a gambe
levate durante la colluttazione, tornarono indietro verso la Collina.
Nel bosco, quando giunsero alla Casina rossa del Bandini,
si fermarono presso la capanna che serviva alla Formazione da magazzino.
Il Bardazzi era febbricitante e dovettero fargli una puntura (fu Rolando
Benesperi a fargli la puntura).
Poi senza perdere tempo partirono verso Vallupaia e proseguirono verso i
Faggi.
Arrivarono in alto che pioviscolava e c'era la nebbia, potevano essere le
quattordici, era quasi buio anche se era solo pomeriggio.
Ma i tedeschi, ancora una volta, erano ad aspettarli e quando i partigiani
si accorsero del tranello fu troppo tardi per rimediarvi.
Strada facendo il gruppo dei partigiani si era ingrossato, evidentemente
stavano tutti seguendo le disposizioni di tornare ai Faggi in caso di inconvenienti,
poi un tedesco si fece avanti e disse :
"Prego..."
Non ci volle molto a capire.
Ci fu chi si buttò da una parte chi dall'altra, solo in sei rimasero
fermi per evitare una sparatoria.
Col Bardazzi rimasero i Fratelli Moggi, "i Bologna", Duilio Tartoni
"Tregiacche", Ascanio Signorini "il Pisano" e Giulio
Vannacci, l'infermiere che aveva con se la cassettina del pronto soccorso.
A dispetto dell'evidenza cercarono di ingannare i tedeschi affermando di
non essere partigiani.
Poi furono portati alla villa del Biagioli e rinchiusi nella serra, mentre
Ferruccio Moggi, forse colto da un presagio cominciò a perdere definitivamente
ogni speranza, ma il Bardazzi gli ripeteva che quello che si era fatto stamani
si poteva fare stasera con il buio, e cercò di congegnare un nuovo
piano, delinendolo ai compagni.
Quando i tedeschi andarono a prelevarli, infatti, ognuno si dispose nel
modo convenuto:
Dietro ad un soldato andarono Tregiacche e il Pisano, poi il Bardazzi, Giulio
Vannacci e Gino Moggi, quindi Ferruccio Moggi con un soldato avanti e uno
dietro.
Dove ci portate?
- chiese il Bardazzi
Tutti kaput!
- rispose il tedesco.
Ma il Bardazzi non si disperò, se non ci portano a Figline c'è
speranza, pensò.
E quando al Cipressone il tedesco prese la direzione della Collina gli tornò
definitivamente il coraggio. L'accordo era che ad un certo punto agissero
tutti insieme, ma Ferruccio non riusciva più a controllarsi e prese
un tedesco per la gola, fiducioso della sua forza, lo buttò a terra
cercando di strangolarlo.
A quel punto i partigiani scattarono tutti all'attacco, il Signorini
e il Tartoni buttarono a terra un tedesco e lo soffocarono infilandoli una
scarpa in bocca, Gino Moggi e il Bardazzi rimasero alle prese con un altro
tedesco che si rivelò un osso veramente duro.
Fu allora che Gino chiese aiuto al fratello. Ferruccio non si fece pregare,
egli credeva di avere già ucciso il tedesco che aveva tra le mani
e senza prendergli le armi corse in aiuto al fratello
ma il tedesco a terra faceva fuoco e lo colpiva alla schiena uccidendolo.
Salva mio fratello
- raccomandò Ferruccio
Moggi morente al Bardazzi.
L'impresa di scappare era sempre più difficile.
Poi mentre il Tartoni e il Signorini erano riusciti a liberarsi del proprio
tedesco e buttarsi nel bosco, sempre più violenta diventava la lotta
di Gino Moggi e del Bardazzi, che ad un certo punto con prontezza di riflessi
e mossa fulminea spinse il compagno tra i pruni del bosco e gli saltò
dietro.
Faceva buio, non si vedeva niente, i fuggiaschi si ritrovarono nel bosco
tra i pruni e le spine ma ancora vivi.
Nel frattempo nel bosco, i tedeschi uccisero Enzo Fissi, un giovane di Cerreto
che fatalmente capitò in quel frangente su luogo della tragedia.
Sperduti il Bardazzi il Moggi e il Vannacci che intanto li aveva ritrovati
passarono dalla Madonna della Tosse, guadarono il Bisenzio in piena, si
spostarono verso Canneto, poi dalla salita dei Cappuccini a mezza costa
andarono verso La Macine e La Querce e quando videro nella strada i carri
armati americani capirono di essere salvi.
La città era libera ma il prezzo era stato alto.
In quei giorni il sangue dei partigiani era stato versato in abbondanza.
E non era ancora finita.
All'inizio della salita di Schignano, da Vaiano era stato impiccato
ad una quercia il Giubilei, con il noto cartello: Era un partigiano.
A Schignano erano stati impiccati agli alberi altri partigiani, tra
cui Fiorenzo Favini e il "Marrocchino".
Davanti al Fabbricone in uno scontro con i tedeschi veniva ucciso il
partigiano Giuseppe Carpini.
La città era libera, e i pratesi non potevano
immaginare che il comandante Armando Bardazzi sarebbe stato processato
e condannato nel 1953 dal tribunale di Firenze per episodi di cui aveva
solo sentito parlare legati alla sua attività di partigiano.
Oramai, però, era cominciato il processo di revisione della Resistenza,
e il Bardazzi mortalmente offeso dalla condanna subita, con estrema
coerenza non ha mai chiesto la riabilitazione, è rimasto privo
dei suoi diritti civili e non ha mai potuto votare.
La democrazia per la quale aveva tanto sofferto e lottato, così,
non gli ha mai dato la possibilità di entrare in una cabina elettorale.
Il contributo dei militari sovietici nella Buricchi fu molto importante,
anche se non esistano documenti per uno studio approfondito. L'ingresso
avvenne con un'azione molto ardita eseguita da un gruppo di disertori
che si erano spacciati per partigiani ai contadini della zona.
Vennero scovati e condannati a morte, ma invece di eseguire la sentenza,
furono messi alla prova per diventare davvero dei partigiani. Dalla
Linea Gotica nei dintorni di Castello, era pervenuta la notizia che
un gruppo di prigionieri russi, aveva manifestato l'intenzione di fuggire
e di unirsi ai partigiani. Era l'occasione giusta per dimostrare il
ravvedimento da parte dei disertori e insieme a Goffredo Bonucci detto
Il Ticco, portarono a termine una brillante operazione liberando trenta
prigionieri russi,che andarono a ingrossare la Buricchi.
Questa è una delle vicende più struggenti della resistenza
Pratese.
Passate le svolte dopo Figline, sulla destra verso la Collina, si trova
il cippo che ricorda questo triste episodio: quando passate di lì,
ricordatevi di Ferruccio! Era un giovane di
alta statura, con un grande cuore e grande coraggio, non ha esitato
ad aiutare il fratello e i compagni in difficoltà a prezzo della
sua stessa vita.
Domenico Bandini detto Menghino o anche Maremma Cignala, secondo una sua classica espressione. Era mezzadro della fattoria del Molinaccio e abitava in una casa tinta di rosso che risaltava sulla strada della Collina, verso Schignano. Aveva un carattere talmente imprevedibile che un giorno uscì di casa assicurando sua moglie che sarebbe tornato subito, invece in bicicletta partì per la Spagna per combattere nelle Brigate Internazionali contro Franco e tornò, quando purtroppo la guerra civile spagnola era perduta. Diceva: -..io semino il grano e mi tocca a dargliene mezzo al padrone, poi mi manca per la famiglia e mi tocca a comprarlo da lui!" Maremma Cignala!". Con i suoi, pativa anche la fame, ciò nonostante la sua Casina rossa durante la resistenza divenne un riferimento per tutti i partigiani e oggetto di parecchie visite dei tedeschi. Un giorno mentre era di guardia alla capanna dove erano custoditi gli arnesi della mesticheria di Vaiano, si avvicinarono due tedeschi, Menghino non perse tempo, prese il mitra e lo scaricò loro addosso, ma ne uccise uno solo e l'altro raggiunse il comando, organizzando la rappresaglia dove fu ucciso il Fuligni e fu incendiata la casa dei contadini di Porciglia.